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Notti Magiche

  • Uscita:
  • Regia: Paolo Virzì
  • Cast: Mauro Lamantia, Giovanni Toscano, Irene Vetere, Giancarlo Giannini, Roberto Herlitzka, Paolo Bonacelli, Ornella Muti, Marina Rocco, Andrea Roncato, Giulio Scarpati, Emanuele Salce, Giulio Berruti (II), Ludovica Modugno, Ferruccio Soleri, Simona Marchini
  • Prodotto nel: 2018 da MARCO BELARDI PER LOTUS PRODUCTION, UNA SOCIETÀ DI LEONE FILM GROUP, CON RAI CINEMA
  • Distribuito da: 01 DISTRIBUTION

TRAMA

Roma, estate dei mondiali di calcio del 1990. Un noto produttore cinematografico viene trovato morto nelle acque del Tevere e i principali sospettati dell'omicidio sono tre giovani aspiranti sceneggiatori. In una nottata al Comando dei Carabinieri viene ripercorso il loro viaggio trepidante, sentimentale e ironico nello splendore e nelle miserie dell'ultima stagione gloriosa del Cinema Italiano.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Italia ’90, quella dei Mondiali. Il 3 luglio la Nazionale viene sbattuta fuori ai rigori dall’Argentina in semifinale, mentre un noto produttore cinematografico, Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini), viene ripescato dal Tevere. Morto. I principali sospetti sono tre giovani sceneggiatori finalisti al premio Solinas: il meridionale, colto e affettato quanto ingenuo Antonino Scordia (Mauro Lamantia), il toscanaccio bramoso Luciano Ambrogi (Giovanni Toscano), l’abbiente e problematica Eugenia Malaspina (Irene Vetere). Cogliere qualche assonanza con i tre al tavolo di scrittura, Francesco Piccolo, lo stesso Virzì e Francesca Archibugi, non è puramente causale, anzi. Comunque sia, questi tre “omologhi” finzionali si trovano davanti ai Carabinieri – il Capitano è Paolo Sassanelli – per chiarire la propria posizione: che han fatto in quella notte, e nei giorni a ridosso? Occasione buona, almeno nelle intenzioni, per ripercorrere quella che gli autori definiscono “l’ultima stagione gloriosa, nello splendore e nelle miserie, del Cinema Italiano”, popolata da una teoria di maestri, discepoli, cortigiani e affaristi (nonché ministri): Fulvio Zappellini, ovvero Furio Scarpelli (Roberto Herlitzka); il maestro Pontani, alias Antonioni (Ferruccio Soleri); il grande Ennio, ovvero De Concini (Paolo Bonacelli); l’avvocatessa, ossia Giovanna Cau (Ludovica Modugno); Ornella Muti, che si presta alla diva Federica; Federico Fellini, sul set – il suo ultimo – de La voce della luna . A portarci tra speranza e delusione, illusione e frustrazione, magheggi e maneggi sono i tre aspiranti scribacchini, che cercano un posto al sole, sebbene un posto da negro sia il massimo, parrebbe, che offre il convento, e conventicole annesse. E che ne è stato di Leandro, che avrebbe dovuto produrre lo script premiato di Antonino per la regia – udite, udite – di Fellini? A parte che 125 minuti sono troppi e stracchi, Notti magiche non tiene fede al titolo che s’è scelto: il crepuscolo degli dei, e la presentazione al tempio dei neofiti, è officiato con scarsa empatia, il giochino del “chi è chi?” tiene fino a un certo punto, l’esplorazione del microcosmo è esclusiva e incerta, al più. Dove si vuole andare a parare, che cosa si vuol rivangare, se non celebrare? Nello specifico, l’abbandono al Cinema Italiano o – il tutto incarnato nella parabola dei tre – l’abbandono del Cinema Italiano? E’ Notti magiche un punto interrogativo, forsanche i tre puntini di sospensione: gli attori, e per un maestro di direzione qual è Virzì una prima assoluta, sono tutti un’ottava sopra, la bussola poetica reticente se non smarrita, è tanto rumore per nulla, forse rumore bianco, che ottunde la consueta vivezza, genuinità, passionalità del cinema di Paolo. Qui immaginario e autobiografia si prendono a strattoni, l’egocentrismo (ritorto) in scrittura prende il sopravvento, e lo spleen prende di posticcio: Leandro ci scusi, ma c’importa altro, che fine ha fatto il Virzì che conosciamo? Non è un film non riuscito, Notti magiche , perché non s’intravvede l’obiettivo mancato: è un film sbagliato. Capita.

  • Il Mattino

    Proteggiamolo come il panda Virzi Paolo da Livorno, cineasta popolare col retrogusto colto come ce n'erano all'epoca d'oro del cinema nostrano, dotato di un approccio leggero e disincantato, aperto all'autoironia ma anche pronto a sfoderare gli artigli del sarcasmo. Autore di capidopera come «Ferie d'agosto» e «Il capitale umano» e un solo scult («N-Io e Napoleone»), ha avuto quasi sempre non tanto l'umiltà bensì l'intelligenza di lavorare con sceneggiatori affiatati e professionali, sintonizzati con il suo approccio appassionato ma all'occorrenza feroce alle commedie congegnate per castigare ridendo i costumi. Oggi cinquantaquattrenne- ma con l'argento vivo che si porta addosso potrebbe averne ancora venti - cerca con un entusiasmo sconosciuto ai tanti colleghi apocalittici di professione di proporre al pubblico intorpidito delle sale «Notti magiche», un amarcord in agrodolce sugli anni in cui si trasferì dalla provincia alla metropoli. Per questo benemerito intento bisognerebbe dargli una medaglia e, tutto sommato, il film conferma sul campo il dna di un raccontatore di storie solare, positivo, malizioso più che nostalgico, autobiografico eppure sicuro di rivolgersi a molti ricostruendo una sorta di murales animato della Roma cinematografara tra gli anni ottanta e Novanta diviso in parti eguali tra poesia e prosa, genialità e cialtroneria, vitalismo e spudoratezza, gloria dei vip e sfiga dei neofiti. Magari «Notti magiche» non entrerà nel novero dei suoi hit perché scorre con un ritmo scoppiettante e la spigliatezza del memoir di prima mano, ma sconta l'handicap dell'esilità dell'aggancio giallo e di un terzetto di protagonisti stranamente un po' scialbo e scostante e dunque alquanto inidoneo a tenere le fila del maxi flashback (...). Il sospetto è, insomma, quello che il progetto di commedia in formato mini-balzacchiano modellato sull'abito dell'ultima stagione di pazza gioia del cinema italiano si limiti a comporre una collana di strizzatine d'occhio gradevoli (non si contano i cammei rifiniti con destrezza da big come Giannini, Herlitzka, Bonacelli) ma a ricorrente rischio macchiettistico. Va da sé, infatti, che i cinéfili si divertiranno enormemente più degli spettatori molto giovani o disinteressati all'argomento perché è indubbio che il tourbillon eroicomico fa migliore effetto su chi è in grado d'incollare sull'album delle gag le figurine dei corrispondenti personaggi autentici (...). Tra i modelli a cui s'è sempre apertamente e proficuamente ispirato, Virzì sta volta ha scelto lo Scola di «Ceravamo tanto amati» e soprattutto «La terrazza», ma in ogni caso è inutile fare paragoni perché per un cineasta odierno anche la perfidia come la nostalgia non è più quella di un tempo.

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